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Sicurezza sulle due ruote, con questo casco non rischi più nulla: la nuova tecnologia ti sorprenderà

In visita a Täby, in Svezia, per scoprire come funzionano il Multi-Directional Impact Protection System e il Virtual Test Lab, pensati per un solo e ben preciso scopo, Quale? Quello di cercare di  proteggere il cervello umano durante gli incidenti. E scusate se è poco!

Il casco precipita da circa un metro e mezzo di altezza. Scende velocissimo lungo una guida che lo fa schiantare precisamente contro un’incudine dalla superficie ruvida, inclinata a 45 gradi. Come facciamo a salvarci la pelle e la testa?

Nuovo casco Giornalemotori.it

Il rumore secco e netto dell’impatto arriva dopo 5,  o massimo 10 millisecondi dall’inizio del test, rimbombando cupo e agghiacciante  nel laboratorio di MIPS a Täby,  sito poco a nord di Stoccolma. Quello a cui abbiamo appena assistito è il test numero 57.540. Un numero impressionante, vero?

E anche  questa volta, i nove giroscopi incorporati alla testa di manichino che “indossava” il casco hanno fatto il loro dovere, registrando tutte le forze in gioco al momento della collisione. Sembra una banale prova di resistenza del casco, che per altro si è spaccato di netto nel punto d’impatto, ma sotto credeteci-  c’è davvero molto ma  molto di più!

In che senso? Beh, in primis pensate che il test che vi abbiamo poco fa descritto non tiene conto solo degli effetti di un impatto diretto e lineare , come-  del resto-  avviene di norma quando si sviluppano caschi, pensati per evitare fratture, ma anche e- soprattutto-  del movimento rotatorio, che nella maggior parte dei casi,  viene impresso durante l’urto.

In secundis, i dati accolti finiranno nel Virtual Test Lab (VLT), che altro non è che  il laboratorio di test virtuale in cui l’azienda ha riversato tutto il suo know-how, riuscendo anche  a creare una simulazione digitale estremamente sofisticata e altamente attendibile.

I caschi e il cervello umano

Grazie ad essa, oggi MIPS è capace di replicare perfettamente tanto le proprietà fisiche dei materiali e delle strutture dei caschi, quanto anche  l’ assai  complessa dinamica degli impatti, cosa che- ovviamente-  consente all’azienda svedese di fare  tre cose decisamente molto ma molto  interessanti.

Quali? In primis effettuare innumerevoli e attendibili test virtuali, con risparmio per i produttori di caschi in termini di costi e impatto ambientale derivanti dalla produzione dei prototipi, poi  verificare “in diretta” cosa succede al casco mentre avviene l’urto, mostrando in dettaglio grazie alla simulazione come reagiscono i materiali in ogni punto durante l’impatto  e infine, che è la cosa ancora più importante, prevedere quali effetti avrà ciascun impatto sul cervello umano.

Ma sapete dove ha avuto inizio tutto questo? Nella seconda metà degli Anni ’90, quando il neurochirurgo svedese Hans von Holst del Karolinska University Hospital, fermamente e profondamente  preoccupato dall’aumento di danni al cervello provocato da incidenti in bici, decise di studiare la relazione tra le lesioni cerebrali e la costruzione dei caschi.

In oltre venti anni di accurate e affascinanti ricerche accademiche svolte insieme a Peter Halldin, noto  ricercatore presso il Royal Institute of Technology svedese , nonché  co-fondatore insieme a von Holst di MIPS, ha così sviluppato una tecnologia  che è fortemente capace di proteggere meglio il cervello il caso di movimento rotatorio, che funziona prendendo spunto da quanto già esiste in natura.

Il cervello- infatti- è naturalmente in grado di spostarsi nella calotta cranica di circa 10-15 millimetri per assorbire un colpo: allo stesso modo, il Multi-Directional Impact Protection System (MIPS, appunto) è un sistema a piano di scorrimento (anche questo con un’escursione di 10-15mm) progettato appositamente per ruotare all’interno del casco in tutte le direzioni, in maniera tale da attenuare in parte  la quantità di energia trasferita verso la testa durante un impatto.

 

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In un casco dotato di questa tecnologia, assai accattivante e avanzata,  troviamo pertanto ben  tre componenti principali da tenere ben alla mente: la calotta in polistirene espanso (EPS), lo strato a basso attrito e, spesso tra le due, un sistema di fissaggio per mezzo di elastomeri.

In un impatto angolato che- dati alla mano-  è anche il più comune ma i cui effetti sono trascurati dall’attuale normativa, il sistema di fissaggio per mezzo di elastomeri si tende per consentire alla calotta in EPS di girare in modo indipendente attorno alla testa. E così il nostro cervello è salvo!